Due righe sull’incontro in cattolica sulla sperimentazione animale del 17 marzo 2014…

due righe sul confronto in cattolica di oggi sulla sperimentazione animale:
-il livello dei relatori di pro-test è scandalosamente basso, hanno infilato una sequela di cazzate che non finiva più. ne volete un assaggio? la seconda relatrice (membra del comitato scientifico di pro-test) ci ha fatto vedere una foto scioccante di una gatta con viti bulloni elettrodi e fili in testa. dicendo che vista così è ovviamente un’immagine scioccante. ma badate bene! quei cattivoni di animalisti non vi fanno vedere il seguito! dopo ci mostra un video della stessa gatta che non ha più tutta l’impalcatura di viti e bulloni, ma solo elettrodi che le escono direttamente dalla testa. e scodinzola e si fa la toeletta come tutti i gatti normali! oh come sta bene! non vedete anche voi???? non vedete?????? (questa è solo una tra le tante stronzate che ci siamo dovuti sucare, se questo è il livello dei pro-test, le loro punte di diamante REJOICE PEOPLE! ce li beviamo in un bicchier d’acqua)

-sorprendentemente bello l’intervento di prisco della lav, che ha in sostanza detto tra le altre cose due robe interessanti:1)l’etica non solo non può essere subordinata alla pratica, ma nemmeno contemperata ad essa, se non viene prima è per forza disattesa; 2)il problema non è dove si tira la linea di demarcazione tra chi gode di diritti e chi è oggetto dei diritti altrui, il problema è il tirare la linea di demarcazione stessa.

-tettamanti ha sciorinato una serie di numeri e robe sulla non attendibilità del modello animale. francamente mi è parso un intervento totalmente inutile.

-garattini: è un uomo che non ha alcuna possibilità di dialogare con l’antivivisezionismo, gli entra da un orecchio ed esce dall’altro, non ha proprio gli strumenti (e non credo per mancanza di intelligenza) per mettersi nei panni dell’altro da se. o almeno questa è l’impressione che mi ha dato.

-filippi: bellissimo intervento articolato in alcuni punti importanti di cui ne riporto giusto qualcuno:
1)il concetto di utilità. la ricerca è utile a chi? cosa vuol dire che è utile all’umanità? a QUALE umanità è utile? esiste un’”umanità”?
2)la scienza è frutto di processi storici ben precisi, l’uomo ha deciso la propria cesura dal resto della cosiddetta “natura” volendo negare in parte o in toto la propria finitudine, la propria corporeità, la propria sessualità, la propria animalità. Queste pratiche formano una struttura che lui chiama “sacrificale”. Il punto in cui siamo risente di un insieme di fattori storici che non possono non informare la scienza, tra tutti la forma economico-politica del capitalismo avanzato e la transizione da potere sovrano assoluto a bio-potere diffuso.
3)L’umanità non è in realtà una specie ma un costrutto culturale in cui l’Uomo è in realtà l’uomo maschio, bianco, istruito, occidentale, parte della civiltà dell’opulenza. Questo in sostanza è il fruitore dell’utilità di cui al punto 1.
4)in questo processo l’uomo sviluppa un culto per questa immagine divinizzata di se che ha poco di razionale e molto di religioso. filippi definisce questo atteggiamento “antropolatria”
5)la linea di demarcazione, di cui parlava poco prima anche l’avvocato prisco, è una linea di “res-clusione” perchè mentre esclude chi non appartenga al paradigma “Uomo” (che è un paradigma potenzialmente dinamico) nel contempo lo reifica, lo trasforma in oggetto, atto ad essere smembrato e utilizzato o assimilato.

non riesco a rendere benissimo ma volevo dare giusto due anteprime per chi non è riuscito a venire. credo metteranno tutta la conferenza in video sulla web tv della cattolica.

Hyena on latest Chase Records compilation

Chase records unluckily ceases activities, but they go out with a BOOM!

massive 3xcd free download featuring great people like Cubic Nomad , Helius Zhamiq , Tzii , Low Entropy just to name a few.

a bangin’ way to finish!

thanks chase!

http://chaserecords.free.fr/chasereleases/chase060.html

new Hyena track on Dilated Pupils compilation “Overreaction”

very glad to announce the release of free download comp from Dilated Pupils recs.

in very good company with very good friends. i got a question for you: ARE YOU DOWN WITH THE UNDERGROUND???

https://dilatedpupilsrec.bandcamp.com/album/overreaction-vol-1-dpr006

Apocalypso Disco – La rave-o-luzione della post techno

Cosa è successo alla musica? Le sotto\contro-culture musicali “giovanili” sono una forma di resistenza sociale? come si rieduca un gabberino? cosa succede se ficchi cento persone in uno scantinato e le bombardi di breaks industriali e bordate di rumore rosa, bianco , marrone, tutto l’arcobaleno del cazzo?
DjBalli si inventa le risposte in questo assurdo, imrpobabile, adorabile libro!
con prefazione di Stewart Home !
p.s.: RXSTNZ ha dato un contributo parlando del concetto di Mutant Dancefloor.
costa poco , vale molto ed è fuori per i tipi di Agenzia X Edizioni , quindi roba seria!

www.agenziax.it/apocalypso-disco/

Ricordi che non se ne vanno (Davide di Lunacorre ricorda Maya)

diffondo questa storia perchè oltre che essere toccante fa riflettere. Rebecca e Davide sono due attivist* per la liberazione animale e gestiscono la casa-famiglia Lunacorre che ospita animali abbandonati e\o in difficoltà di varie specie.
Maya

 

 

 

 

 

 

 

“Un giorno un amico mi disse che credeva ci fosse un profondo significato per noi umani, nel morire degli altri animali…”

RICORDI CHE NON SE NE VANNO

Maya…chemmmatta!!!…che testa fra le nuvole…

Ricordo quel giorno del 2002.
Mi chiedono di dare una mano per le grandi pulizie annuali al canilaccio di turno. I pochi volontari hanno ottenuto il via libera per l’operazione dal padrone della struttura. Un canile con i box disposti a forma di cavallo. Una colata di cemento circolare. Una piattaforma di escrementi e piscio che sottointende decine e decine di divisori in rete metallica. Una cinquantina almeno di anime perse là dentro. Soprattutto cani ‘da caccia’, perchè il boss è un cacciatore. Cosi’ avido da tenersi lì -a disposizione- una trentina di cani pronti ad uscire solo per il momento della ‘battuta’. Negli spazi aperti un ombrellone, un tavolo, sedie e una panchina…dove appoggiare il culo che si riempie ogni qualvolta si riuniscono combriccole di ‘amici’ cacciatori che tornano con le mani piene delle loro ‘amate’ prede.
Gli altri cani o sono ‘scarti’ perchè non ‘buoni’ a cacciare o sono incredibilmente appoggiati lì dalle associazioni animaliste che cercano disperatamente stalli. Incredibilmente perchè in quelle condizioni più che di stalli, bisognerebbe parlare di stalle. Incredibilmente perchè sovente restano lì a vita, vittime di false speranze e di ‘esauriti’ impegni per tirarli fuori di là.
Tra gli scarti ‘da caccia’ ce ne è una che salta all’occhio subito, anzi direi che mi salta irrimediabilente alle orecchie.
“AAAAAAAAA-AAAAAAAARRRRRRRR….”
E ancora “AAAAA—-AAAAAAAAAAAAAAARRRR”
E avanti così, per tutto il mio unico pomeriggio là, da lui, da lei, da loro.
Vado a guardarla, ma lei non mi vede.
Occhi semi chiusi, denti sulle sbarre, sangue per terra che si mischia allo zozzume.
Interminabili lamenti che si fanno strada dentro di me…irrimediabilmente dentro di me.
Non c’è modo di calmarla. Lei sa non accettare l’inacettabile.
Vedo una ragazza che la saluta con dolcezza. Nove anni dopo diventerà mia moglie.
Le ricordo insieme per quell’attimo incompiuto e per gli anni che nasceranno a venire.
Infatti quei lancinanti lamenti non li dimentico. Tre anni dopo infatti mi danno in gestione un canile. Ci vado a vivere coi miei cani e familiari. Ora ho la possibilità di prendere quella sofferente segugia, che nel frattempo l’anno prima era stata spostata in un altro canile. Con risultati identici. La gabbia lei proprio non se la sa spiegare.

Dico due anni dopo, sentenziando, a Rebecca, la stessa ragazza di cui raccontavo prima. Mia nuova collega nel nuovo canile.
Ricordo come la misi nel trasportino e di come, arrivati nella nuova destinazione, mi diressi al campo antistante all’ennesima fila di box, sta volta per liberarla. Ero solo, solo con lei. Mi sentivo come in quei documentari in cui giunge l’attimo della felicità. Mi sentivo come se stessi per liberare un uccellino a cui i cacciatori avevano ferito un’ala.
Aprii.
E Maya -questo era il suo nome- volò via.
“AAAAAAAAA——AAAAAAAAAAAARRRRRRRRRRRRR”
Un urlo che ripeteva le stesse sillabe per lei antiche. Come se nell’aria permanessero le delimitazioni impresse nella sua mente dall’acciaio.
Un urlo che coi secondi però già si smorzava nel non trovare impedimenti insuperabili.
E mentre scalava, come funziona con la frizione e l’accelleratore, Maya apprendeva come si compie l’agognato decollo.
Volava, volava. E io con lei, come lo spirito che si stacca in quelle ripetute scene idilliache finali dei documentari.
Sembrava davvero che le zampe davanti poggiassero finalmente su pezzi di cielo.
Lei così magra, così leggera, così impossibilitata a rincorrere quegli uccelli che volevano raccogliesse a caccia. Così impossibilitata forse perchè -amavo pensare in quel momento nel momento…- così affiliati nell’animo a lei.
Un giro del campo. Due, tre.
Maya non si fermava mai.
Non ci crederete, ma non si fermava talmente mai che ad un certo punto non potei fare a meno di preoccuparmi. Quella bellissima e affascinante matta come nessuno mai, confermava di non avere limiti. Confermava che la sua mente godeva di spinte sconfinate. Oltre che il metallo sembrava le risultasse incontenibile la vita stessa. Vita che aveva saputo essere con lei così impostata, così castrata, così inscatolata fino ad ora.
Capii al volo che Maya non ne sarebbe facilmente uscita da quelle sensazioni che aveva incamerato nel suo mancato senso della misura.
Si fermò dopo tre giorni di atterraggi che seguivano a decolli e di decolli che seguivano atterraggi. Quel campo poco vissuto, perchè là i cani delle gabbie del canile non ci potevano andare, era diventata la sua pista personale. Dove i ‘miei’ cani, sempre così incollati ai miei piedi, si fermavano distanti a guardare con sospetto la nuova alata coinquilina.
Non l’hanno mai sopportata granchè…devo ammetterlo poichè loro me l’hanno giurato di continuo. “Ma proprio sta qui ci hai portato??”.
Quando Maya iniziò col tempo a frequentare le zone del nostro condiviso passaggio, gli altri cani non perdevano l’abitudine -faticosamente negli anni acquisita- di ricordarle che nel quieto convivere esistono delle distanze da tenere. Ma Maya le distanze non le arrivò a conobbere mai. Le ha inseguite, probabilente addirittura desiderate, ma conosciute mai. Costituivano la sua terra promessa e irraggiungibile. La meta dei suoi forsennati viaggi oltre l’atmosfera terrestre. Ma sulla Terra non scese definitavente mai. Sognava di essere un uccellino. Quella volta che la buttarono nel bosco a inseguire gli spari credo sia stata rapita dal volo di un uccellino in fuga. Me la immagino, con immenso amore, guardare rapita dalle sue fessure oculari, verso sù. Oltre i pallini sparanti dei fucili, oltre i rami scossi, oltre i richiami rudi dei cacciatori, oltre le cattive maniere riservategli certamente dopo i suoi totali insuccessi.
-solo con la lastra di questo martedì, ho saputo che anche Maya stessa fu impallinata-
“Ma insuccessi di chè?”, si chiedeva Maya. Lei voleva fuggire come l’uccellino. E lo voleva senza sapersi spaventare, perchè Maya non aveva paura nè di volare nè di cadere. Aveva demandato l’idea della paura al dopo. Lei viveva nell’adesso e nell’ora. Ora aveva l’idea di spiccare il volo…e di lamentarsi per tutto ciò che glielo poteva impedire.
Quante volte calpestava i cani, e me. O saliva sulla tavola, alla ricerca del carburante da non gustare, della benzina necessaria al volo. Che smania di vivere e di volare…
Il guinzaglio lo odiava. Daltronde come si può mettere il guinzaglio ad un aspirante volatile. Lei si ribellava al solo pensiero di dover ammettere che era un cane.
Ogni novità la incupiva. Riprendeva a fare “AAA—AAAAAAAAARRR”. Come se si fidasse solo di noi che l’avevamo liberata e non fermata. Con una riconoscenza infinta proiettata lungo l’illimitato cielo.
Una volta, in preda al panico della fastidiose novità, prese in bocca il freddo palo di ferro del cestino dei rifiuti che s’infrapponeva ai suoi intimi desideri.
Molte volte aveva a portata di bocca solo il muro, da cercar di mordere e leccare, fino al sopraggiungere del limite invalicabile dello stupidostipite.
Un’altra volta staccò la targa di una volontaria che veniva a dare da mangiare ai maiali che avevamo lì (una volta salvati dal luogo dove anche le loro carni morte si dovevano andare definitivamente ad appoggiare, sul duro e lavabile pavimento del mattatoio).
Maya era proprio il cane che non si sarebbe tenuto nessuno. Questo me lo devo riconoscere. Quando andai via anche da quel canile, chiesi a mia madre se poteva tenere Maya qualche giorno a casa sua…finchè avessi trovato un posto dove finire a vivere. Bene…tornò il giorno dopo. Insieme a mia madre che, sconsolata, allargava le braccia già nel varcare il cancello davanti la mia ex casa di ‘amianto del povero-sfigatissimo custode’.
Io sorrisi, perchè in fondo e in superficie, lo sapevo. Come si può mettere in una casa una segugia che si crede uno sparviero?!? E, a ripensarci ora, meglio così perchè se fosse arrivata alle finestre di quel viaggio poteva farne un’impresa irripetibile. A meno che mia madre avesse trovato il modo di attaccarle delle funzionanti ali. A quel punto sono certo che sarebbe tornata da me. Perchè Maya voleva sì volare, ma aveva conosciuto anche il piacere dell’avere a disposizione un nido.
E quante volte si è fatta male da sola…
Ricordo quella volta che s’infilò nelle biciclette accumulate dal volontario “raccatta-tutto-dalla-discarica” Matteo. Da quell’ammasso di ferraglia arrugginita uscì con in testa un pedale e sulla schiena una catena. Ci mancava avesse in bocca un manubrio e nelle orecchie un fanalino, che quella pazzoide sarebbe riuscita definitivamente a partire. Dovevo chiamarla Icara. O forse Acaro. Per lo stress del non completo volare Maya aveva una pellaccia di poco pelo forforoso, spellacchiata a macchie e sempre arruffata dal vento pieno di polvere che sollevava!!..
E quella volta che la portai in toelettatura…la tizia del lavaggio perentoria mi disse -nonostante fossi rimasto lì lungimirante ad aiutare- “Questa fuori di testa qua non ce la voglio più vedere”. (Non vide più neanche me e i miei soldi!). Ma anche lì, perchè bagnare col sapone le piume di un accanito cane volante con il becco e gli artigli ormai modellati sul progetto del sogno di diventare uno sparviero?…
Ma quando la cagna Zingara le rifilò un morso che le staccò di netto un pezzo di orecchio destro…come si offese Maya. Le restò l’orecchio a forma di pinna di squalo…questo non lo poteva sopportare…di pinna!! Ancora un richiamo ad un’avulsa natura… Borbottò sbattendo la testa, come non ci potesse credere (sto romanzando troppo qui – mi sa tanto che Maya quella volta sentì più che altro un gran male…). Eppure Zingara -lo riconosco- si era presa la responsabilità di alzare più volte la paletta rossa per dirle che la doveva piantare di correre all’impazzata sopra le sue cose per ostinarsi a decollare. Ma Maya non demordeva mai. E gli altri la mordevano così spesso, ma sempre meno convinti e volentieri. Solo quella volta lì seriamente. Poi, passando gli anni, con sempre meno interesse a stabilire, consci che non potesse capire che un uccello proprio non lo era.
Maya una volta scappò, mi stavo dimenticando del particolare che rischiò di non farmela così profondamente amare. Scappò da quel canile ‘di mezzo’ dove stette un anno prima che con me. Scappò, come in quel posto capitava ad un sacco di cani coraggiosi: scappò per star via un mese e mezzo. Il suo primo periodo di libertà e auto-conquistata per giunta! Rebecca la cercò ininterrottamente. La vedevo arrivare in canile con una pila di volantini e il rotolo di scotch sui polsi, per incontrarsi con chi qualche volta l’accompagnava. Io non andai mai. Avevo la testa del tutto sepolta sotto la terra dei cani terrestri. Ognuno con la sua piccola-grande storia di aspirazioni miste dolore.
Un bel giorno Maya fu trovata. Qualcuno l’aveva avvistata incidentata e aveva chiamato il numero appeso col volantino.
Leggenda narra che Maya in quelle settimane era riuscita a volare, precipitando però a mille all’ora contro uno sterodaptilo di lamiera che solcava le basse quote del cielo annerito di Rho. Di chillometri ne aveva percorsi tanti. Ma, acciaccata e denutrita da quell’esperienza da inesperta ancora, Maya la vidi tornare fra le voci trionfanti nella sua prigione-canile. Anche io ero felice. Ma mi son chiesto poi che altra brutta fine Maya doveva comuque fare. Per fortuna, tutto quel chiedersi e sognare su Maya, un esito felice -in questi nove anni di convivenza finiti l’altro ieri- lo posso testimoniare.
Ha avuto un ictus domenica sera ed è entrata in coma lunedì. Ha dormito ’30 ore per la morte’ fino a martedì sera. Oggi è giovedì. Ieri mercoledì ho pianto poco con Rebecca. Ma abbiam viaggiato tanto col pensiero.
Maya è volata semplicemente via. Un modo alla fine l’ha trovato.
E’ stata un’ascesa lenta, graduata, prolungata, gentile (e arrivati al punto morto ‘aiutata’, con le mani unite a spingere dal basso per l’ultimo volo)…oltre la linea che divide la terra dal cielo e dal mare. Io la sento nel fuoco dei miei ricordi che infiammano ora e per sempre il cuore.
Indimenticabile Maya…
Tu, che nessuno ti avrebbe potuto tenere, mi hai insegnato tantissimo sulla vita e ancor più sulla morte.
Mi aiuterà per quando volerà via la mia Ivyna. Di questo sono terrorizzato.
Ti porto con me Maya. Mi mancano i tuoi occhi da pulire mattino e sera. Mi manca ridere in silenzio fra me e me nel farti da lavavetri per i tuoi finestrini passati dalla tempesta quotidiana che sollevavi.
Vi racconto tutto questo perchè è una storia che trovo meravigliosa e perchè lavoro ancora in un altro canile ancora e mi sembra importante dirvi che è molto possibile che qualcuno sia lì in attesa, dietro le rigide sbarre ‘fissate’, per cambiarvi la vita.
Non potete sapere come ve la può cambiare, proprio perchè va cambiata.
Che un cane-sparviero come Maya mi insegnasse come sa essere leggero e libero morire…io proprio non me lo aspettavo e non me lo potevo immaginare.
L’ho solo osservata in quel migrare constantemente oltre quello che c’è.
Oltre l’amore incasinato che provocava al suo incessante venire e andare-andare e venire.
Lei nell’andare è rimasta.
Io nel rimanere, cerco adesso di abbandonarmi più che posso a braccia aperte a quell’inenarrabile processo di separazione- dall’unione- che è la vita.

Davide,
che si sente un comune gabbiano che rovista nella spazzatura che gravita vicino alla terra e al mare